David Lama

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Dal momento in cui, a soli 5 anni, le sue straordinarie capacità di arrampicata vennero scoperte dalla leggenda dell’Everest Peter Habeler, David Lama, nato nel 1990, è sempre stato considerato uno dei maggiori talenti di climbing a livello mondiale. Figlio di un’infermiera di Innsbruck e di uno sherpa nepalese, si fa notare ovunque vada per il suo talento, i suoi look e l’atteggiamento irriverente nei confronti dei miti generalmente riconosciuti del climbing e della montagna.

Quando, in un momento di frivolezza adolescenziale, annuncia, con fare presuntuoso, i suoi piani di free-climbing per il Cerro Torre, non sa ancora che sul tempestoso pinnacolo di granito della Patagonia non avrà “nessuna possibilità”, come ammetterà apertamente in seguito. Un anno dopo, affronta varie imprese molto impegnative di arrampicata sul ghiaccio, mista e free-climbing, sulle Alpi, maturando quella che ritiene essere l’esperienza necessaria per conquistare la leggendaria montagna.

Come ti è venuta l’idea di questo progetto?

Conoscevo il Cerro Torre e la storia della Via del Compressore. Ad un certo punto ho visto una foto dell’Headwall e ho notato un punto sulla destra della via originaria che sembrava poter essere liberato. Ho cercato di realizzare un progetto che non avesse un risultato garantito: questo perché non mi sento molto motivato ad affrontare delle scalate su linee minori, dove ci siano buone probabilità di riuscita. Le cose che preferisco sono quelle che sembrano per lo più impraticabili.

Le tue ambizioni hanno qualcosa a che vedere con le tue apparizioni di grande effetto in Tirolo, quando eri bambino? E‘ per questo che volevi metterti alla prova?

Ho cominciato ad arrampicare quando ero molto piccolo, ma che questo abbia a che fare o no con i miei look, non lo saprei dire. Fondamentalmente, credo che ogni essere umano desideri avere un impatto o mettersi alla prova in qualche modo. Dà l’impressione di lasciare il segno dietro di sè. Forse è la ricerca dell’immortalità, o qualcosa del genere. Per me, negli ultimi anni, questo si è concretizzato nell’aver intrapreso per primo delle scalate interessanti. Essere il primo a fare qualcosa, anche se si tratta solo di un pensiero, è molto più importante dell’eredità lasciata da una performance strettamente atletica, per intenderci.

Ci sono state molte critiche dovute ai chiodi e alle funi fisse usati dal team delle riprese, che sono stati in seguito rimossi. Non sarebbe stato molto più semplice fare la scalata senza un team di riprese e tutta quell’attrezzatura logistica?

Sì, sarebbe stato indubbiamente molto più semplice. E‘ sempre più facile quando devi preoccuparti solo di te stesso, ma ho intravisto un’opportunità unica nel progetto del film, e mi era chiaro come potesse venirne fuori qualcosa di straordinario. Il free-climbing è sempre stato la priorità assoluta per me, quindi se il film fosse stato interrotto, questo non avrebbe cambiato i miei piani. Per quanto riguarda il film, la cosa più importante era documentare con autenticità quello che stavamo facendo lassù. Durante la scalata, il peso aggiuntivo (telecamera, dispositivi del suono, batterie…) rappresentavano un problema, ma adesso, guardando il film, mi rendo conto che ne è assolutamente valsa la pena.

Quali sono stati i momenti migliori e quali i più difficili di questo progetto?

Il momento migliore è stato indubbiamente quando con Peter abbiamo raggiunto per la prima volta la cima, nel 2011. Mi ha davvero forgiato. Stavamo per tornare a casa, e sembrava che per il secondo anno consecutivo non avremmo raggiunto la cima, per non parlare del free-climbing. Mi sentivo con le spalle al muro. Ecco uno dei motivi per cui ci siamo impegnati così tanto, anche se sembrava che tutto fosse contro di noi. Quando abbiamo raggiunto la cima, per me non era importante esserci arrivato o meno in free-climbing: il solo fatto di essere lassù era magnifico. C’è stato un cambiamento in quel momento, quando ho iniziato a pensare meno come un climber e più come un alpinista.

Il momento più difficile per me, personalmente, è stato dover affrontare le critiche riguardanti i chiodi dopo il primo anno. Non ho piantato quei chiodi, e non ne ho avuto bisogno per il mio free-climbing. Eppure, tutto il mondo del climbing sembrava essere arrabbiato con me. Era una situazione difficile da affrontare. Forse non era tanto il fatto che qualcuno ce l’avesse con me, quanto il non riuscire a comprenderne del tutto il motivo. C‘è voluto del tempo prima di riuscire ad ammettere che fosse anche una mia responsabilità. Se non fosse stato per me e per il mio obiettivo, non ci sarebbe stato nessun progetto di film. E‘ mia responsabilità quindi, che tutto quello che può essere fatto bene sia fatto effettivamente nel modo giusto

David Lama