Thomas Dirnhofer

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Il regista, nato nel 1975 a Vorarlberg, era già ben preparato per iniziare ad occuparsi di un progetto sull’alpinismo. Sin da ragazzo, infatti, è stato un grande appassionato di climbing e scalate. Nel mondo del cinema, questo cineasta autodidatta è noto nell’ambiente per i suoi video musicali e pubblicitari, dove è spesso impegnato sia come cameraman che come regista nell’ambito dello stesso progetto.

Per la sua prima produzione documentaristica, il progetto sul Cerro Torre, studia e sperimenta con attenzione varie tecniche di intervista e diversi stili per la realizzazione di documentari sportivi. Dopo i primi anni di spedizione, aveva intenzione di dare le dimissioni da regista a seguito dell’imbarazzo provato nel non essere in grado di completare il film. “Ma ho imparato la lezione: non è possibile girare le scene secondo un piano se stai lavorando su un documentario.

Non c’è un copione dal quale si possano “depennare” le scene, una dopo l’altra, una volta girate. Qualche volta bisogna semplicemente mettersi in disparte, e lasciare che le cose succedano da sole.”

In occasione del primo tentativo, il regista, che confessa di essere maniaco del lavoro e si autodefinisce “iperattivo”, ha dovuto affrontare una sfida importante quando, a causa di condizioni meteorologiche avverse che rendevano quasi impossibili le riprese, è stato costretto a sospendere il lavoro. Al terzo anno, durante la settimana finale e decisiva, l’esperienza maturata in grandi progetti e la sua versatilità, che gli consente di lavorare sia come cameraman che come regista e specialista in logistica, si sono rivelate determinanti per il completamento e il successo dell’operazione.

Che cosa ti ha affascinato di questo progetto?

All’inizio, si trattava della sfida di girare un film in condizioni proibitive, dove anche personaggi del calibro di Werner Herzog avevano dovuto rinunciare. Ovviamente c’è la passione per la montagna in sé stessa, oltre alle possibilità che sono a disposizione quando si lavora con un partner come Red Bull Media House. Però le nostre ambizioni ci hanno anche causato un po‘ di problemi all’inizio. E‘ stato anche molto esaltante lavorare con un giovane climber come David, che era molto meno legato di noi al contesto storico dell’arrampicata.

Quando il regista Soenke Worktmann ha girato il suo primo documentario “Deutschland – ein Sommermaerchen” (Germania- un racconto d’estate), era molto contento di non dover creare la storia, ma semplicemente di mostrarla al pubblico. E‘ stato lo stesso per te con il Cerro Torre, dato che si è trattato del tuo primo documentario?
Sì, ma solo nel terzo anno. Il primo è stato incredibilmente lento, e per la maggior parte del film abbiamo dovuto “inscenare” buona parte delle riprese. Le nostre prime versioni provvisorie erano piene di scene costruite su quando si andava dormire e ci si alzava, che sono comuni in molti film sulla montagna. Al terzo anno, però, le cose hanno iniziato a susseguirsi ad un ritmo così frenetico che non sapevamo come riuscire a riprendere tutto. In certi momenti mi sono ritrovato, seduto nella sala di montaggio insieme a Philipp (Manderla), a dirgli felicissimo: “ti ricordi quando non avevamo abbastanza materiale per la storia? Adesso ce n’è così tanto che non sappiamo nemmeno come raccontarlo.” In effetti, la fase di editing ha richiesto un po‘ di tempo…

Come hai reagito al fallimento del primo tentativo?

Non ero sicuro di poter riuscire a realizzare il film. Avevo adottato un approccio troppo ambizioso, e mi sentivo molto deluso, anche imbarazzato, nel non essere stato in grado di portare a termine il progetto al primo tentativo. L’impatto con la realtà mi ha insegnato una dura lezione. Alcune cose non sono possibili quando si gira un documentario. Non sono per niente bravo a stare fermo, e tendo a depennare le scene una dopo l’altra dopo averle girate. Ma dato che in questo caso non c’era un copione, ho scoperto che era importante fermarmi, lasciare che le cose accadessero, ed essere paziente. Questo si vede chiaramente nel film.

Nel film presenti un parallelismo tra l’audacia di Cesare Maestri, che si è fatto strada piantando chiodi lungo la parete, e il tuo approccio di “copertura totale”, che giustifica la necessità dell’installazione di funi fisse sulla montagna.

Naturalmente non ho nulla da nascondere. Abbiamo imparato tutti moltissimo e siamo stati in grado di mostrare la lezione appresa durante il primo anno. Ecco anche perché la nostra storia, come team del film, è così importante per il film stesso: c’era questa consapevolezza di quanto potessimo cadere in disgrazia…
Ho sempre detto che è una fortuna che nessuno abbia fatto un film su di me. Credo che non sarei stato in grado di accettare una così grande trasformazione per me stesso, come ha fatto David. Mi ha davvero impressionato. Alla fine, sono davvero maturato molto come regista durante il progetto. E‘ stato simile al processo che ha vissuto David durante il periodo in cui abbiamo lavorato assieme.

Quali sono gli aspetti che credi distinguano “Cerro Torre” dagli altri documentari sulla montagna e di genere sportivo?

Ci sono vari filmati che mostrano performance atletiche, ma non ho visto molti documentari che forniscano un approfondimento sul carattere, le emozioni, i successi e i fallimenti degli atleti coinvolti. E‘ questo approfondimento che voglio offrire allo spettatore, prima di tutto con riferimento a David, ma anche per Peter Ortner e altre persone fantastiche come Jim Bridwell, Toni Ponholzer, Markus Pucher e gli argentini. Spero che il film vada oltre il consueto genere del documentario di avventura, e che riesca a trasmettere almeno un po‘ dello stile di vita e dello spirito del climbing. Vorrei anche mostrare il potenziale che ognuno può scoprire in sé stesso quando è realmente intenzionato a spingersi oltre i limiti. E‘ questo che spero di riuscire a trasmettere con il film.

Thomas Dirnhofer